Il Peso delle Storie
Ipnosi Costruttivista per dimagrire, trovare equilibrio e cambiare vita
1. Il giardino e il gatto al sole
Minù, il mio gatto, non fa mai una dieta. Non conta i bocconi, non legge etichette, non si pesa la mattina con il fiato sospeso. Mangia quando ha fame, si ferma quando è sazia, e il resto del tempo lo dedica a dormire al sole o a guardare il mondo con quella calma che io, da trent’anni, provo ad accompagnare nelle persone che incontro in studio. Non è filosofia spicciola: è la fotografia più semplice di ciò che l’essere umano ha smarrito nel rapporto con il cibo e con il proprio corpo. Non abbiamo perso la capacità biologica di riconoscere fame e sazietà. Abbiamo perso l’accesso a quel segnale, sepolto sotto decenni di storie, di emozioni parcheggiate a tavola, di corpi raccontati come nemici da correggere invece che come case da abitare.
Chi arriva da me dicendo «voglio dimagrire» porta quasi sempre, senza saperlo, una valigia più pesante del peso che vorrebbe perdere. Dentro c’è la voce di un genitore, un lutto non elaborato, un amore finito male, un lavoro che non lo rappresenta, una promessa fatta a se stessi vent’anni fa e mai mantenuta. Il chilogrammo di troppo è quasi sempre l’ultima pagina di una storia molto più lunga. E i tentativi falliscono, in gran parte, perché provano a strappare l’ultima pagina senza mai leggere le precedenti.
Mi piace pensare alla mente e al corpo come a un giardino antico. Per anni, quasi senza accorgercene, abbiamo lasciato che alcune erbacce colonizzassero i sentieri più belli: l’impulso di cercare il cibo non per fame biologica ma per colmare un vuoto, la pesantezza che blocca ogni tentativo di rimettersi in movimento, la rigidità di regole alimentari imparate a memoria ma mai davvero comprese. Non sono colpe, né difetti di fabbricazione della volontà. Sono vecchi sentieri tracciati da passi ripetuti migliaia di volte, mappe che continuiamo a seguire pur desiderando un’altra destinazione. L’Ipnosi Costruttivista non è un’ascia che taglia le radici di questo giardino: è il giardiniere sapiente che aiuta la persona a coltivare nuovi germogli, a ridisegnare la propria realtà interiore perché possa fiorire una versione più libera, più leggera, più vitale di sé.
2. Perché le diete non bastano
Da costruttivista, la prima domanda che mi pongo non è «quante calorie» ma «quale significato». Il cibo non è mai stato, per la nostra specie, un semplice fatto biochimico: è memoria, appartenenza, consolazione, rito, potere, controllo. Ernst von Glasersfeld ci ha insegnato che la conoscenza non rispecchia una realtà oggettiva «già data», ma viene costruita da ciascuno di noi in funzione della sua esperienza; ciò che conta non è la verità di una convinzione, ma la sua viabilità, cioè la sua capacità di funzionare nel mondo in cui viviamo. La distinzione più radicata che molte persone portano dentro di sé – «il cibo mi calma», «il cibo mi accompagna», «il cibo è l’unica cosa che non mi delude mai» – è stata, per anni, straordinariamente viabile: ha funzionato, ha protetto, ha tenuto insieme momenti altrimenti insostenibili. Finché questa distinzione resta nell’ombra, nessun piano alimentare, per quanto scientificamente ineccepibile, riesce a reggere nel tempo: si scontra con un’architettura di senso costruita in anni, spesso decenni.
Ecco perché la ricerca lo conferma con una certa costanza: la maggior parte dei percorsi dietetici puramente comportamentali produce risultati che si erodono. Gli studi che hanno seguito le persone nel tempo mostrano che una parte consistente di chi perde peso lo recupera già nel primo anno, e quasi tutti entro cinque anni, quando l’intervento resta ancorato solo alla dimensione fisica – dieta, calcolo calorico, esercizio – senza toccare la dimensione psicologica che ha generato e mantenuto il comportamento alimentare. Non è una questione di forza di volontà. È una questione di cornice: si continua a lavorare sul sintomo, ignorando la storia che lo sostiene.
3. Cosa dice davvero la scienza sull’ipnosi e il peso
Qui la ricerca è più incoraggiante di quanto il pregiudizio comune lasci intendere. Non parliamo di un «bottone» che spegne la fame, come qualcuno immagina con un sorriso scettico quando ne parlo per la prima volta. Parliamo di uno strumento che agisce sul terreno psicologico ed emotivo che condiziona i comportamenti, e attraverso quel terreno, indirettamente ma solidamente, sul risultato fisico.
Il lavoro pionieristico di Kirsch e colleghi, nella metà degli anni Novanta, rimane uno dei riferimenti più citati: una meta-analisi mostrò che le persone inserite in un percorso di perdita di peso che includeva l’ipnosi perdevano, in media, quasi il doppio del peso rispetto a chi seguiva solo un trattamento cognitivo-comportamentale standard, con un vantaggio che aumentava nei mesi successivi al trattamento, anziché ridursi – un dato prezioso, perché suggerisce che l’ipnosi non produce un effetto placebo transitorio, ma innesca un cambiamento che continua a consolidarsi nel tempo. Una rassegna più recente, quella di Milling, Gover e Moriarty del 2018, ha confermato che l’aggiunta dell’ipnosi a un percorso di CBT aumenta l’efficacia del trattamento, in particolare nel mantenimento dei risultati.
Uno studio randomizzato e controllato condotto su persone con obesità severa (Bo e colleghi, pubblicato su Obesity nel 2018) offre un dettaglio che trovo particolarmente istruttivo, ed è onesto raccontarlo con tutte le sue sfumature: nel confronto diretto fra il gruppo che aveva ricevuto tre sedute di autoipnosi e il gruppo di controllo, la differenza di peso perso non fu enorme. Ma quando i ricercatori analizzarono chi, tra i partecipanti, aveva effettivamente continuato a praticare l’autoipnosi ogni giorno, il quadro cambiò in modo netto: chi praticava quotidianamente perse significativamente più peso in un anno, contro un guadagno quasi nullo in chi non la praticava affatto. Non è la seduta in sé, allora, a fare la differenza più grande: è la costanza con cui la persona continua a coltivare, giorno dopo giorno, quello stato di consapevolezza. È lo stesso principio che vale per il giardino: non basta un intervento del giardiniere, serve che qualcuno continui ad annaffiare.
Con questa onestà scientifica lavoro da sempre: l’ipnosi non è magia, è uno strumento che aumenta l’aderenza al cambiamento, rafforza la motivazione, favorisce l’autoregolazione e riduce alcuni automatismi alimentari, soprattutto quando è personalizzata sulla singola persona anziché erogata in forma standardizzata – un principio dimostrato già da Barabasz e Spiegel nel 1989, e che a un costruttivista scalda il cuore, perché conferma che non esiste un protocollo uguale per tutti: esiste un accompagnamento cucito sulla persona che si ha davanti.
4. Equilibrio a tavola: scelte, non regole
Se dovessi riassumere in una frase ciò che vent’anni di clienti mi hanno insegnato sull’alimentazione, sarebbe questa: le persone non hanno bisogno di più regole, hanno bisogno di più ascolto. Le diete più rigide falliscono non perché siano scientificamente sbagliate, ma perché trattano il corpo come un motore da ottimizzare con una formula, ignorando che ogni pasto è anche un momento sociale, emotivo, culturale – e che una regola imposta dall’esterno, per quanto corretta, non diventa mai un’abitudine viabile se non trova posto nella storia della persona che dovrebbe seguirla.
Nel lavoro quotidiano con chi desidera ritrovare un peso e una forma più in armonia con la propria vita, alcuni principi tornano sempre, e li condivido volentieri anche qui, senza la pretesa di sostituirsi a un piano nutrizionale personalizzato, che resta compito di chi quel mestiere lo fa per professione:
● Mangiare con presenza, non con distrazione. Un pasto consumato davanti a uno schermo, in piedi, di fretta, non permette al corpo di inviare in tempo il segnale di sazietà. Dedicare anche solo dieci minuti di attenzione reale al cibo che si ha davanti cambia la qualità dell’esperienza, e spesso anche la quantità che si finisce per mangiare.
● Qualità prima che quantità. Un’alimentazione varia, ricca di verdure, cereali integri, proteine di buona qualità e grassi sani nutre non solo il corpo ma anche la fiducia nel proprio corpo: quando si mangia bene, si sta bene, e quella sensazione diventa essa stessa una motivazione, molto più solida del conteggio ansioso delle calorie.
● Nessun cibo è un nemico. Dividere il mondo in cibi «buoni» e cibi «cattivi» costruisce, paradossalmente, il terreno ideale per l’abbuffata: ciò che è proibito diventa più desiderabile, e ogni piccola trasgressione si trasforma in un fallimento morale invece che in un evento normale di una vita normale. Un equilibrio che tiene nel tempo lascia spazio anche al piacere, senza farne un dramma né una regola fissa.
● Il movimento come piacere, non come punizione. Camminare, ballare, nuotare, giocare con i figli: l’attività fisica funziona quando viene scelta per come fa sentire la persona nel presente, non quando viene subita come tassa da pagare per gli sgarri di ieri.
● La tavola come luogo di relazione. Molte delle abitudini alimentari più difficili da cambiare non riguardano cosa si mangia, ma con chi e come. Recuperare il pasto come momento di incontro, invece che come compito da sbrigare in solitudine, è spesso il primo passo – sottovalutato – verso un rapporto più sereno con il cibo.
Questi principi non sostituiscono la competenza di un nutrizionista o di un dietologo, con cui anzi il mio lavoro collabora volentieri: restituiscono però alla persona la cornice psicologica dentro cui qualunque indicazione alimentare, per essere seguita davvero, deve trovare posto.
5. Fondamenti epistemologici dell’Ipnosi Costruttivista
L’Ipnosi Costruttivista non è una tecnica per convincere la mente a fare qualcosa: è un dispositivo epistemico che interviene nel punto esatto in cui la realtà prende forma. Affonda le radici nel costruttivismo radicale e nella cibernetica di secondo ordine – von Foerster, von Glasersfeld, Maturana e Varela, Bateson – secondo cui non percepiamo il mondo così com’è, ma lo costruiamo attivamente attraverso le distinzioni che il nostro sistema nervoso opera su di esso. A questo si intreccia il contributo di George Kelly, per cui ogni persona vive dentro «costrutti personali» attraverso i quali anticipa gli eventi, e quello di Vittorio Guidano, che ha mostrato come l’identità si organizzi narrativamente attorno a un senso di sé coerente nel tempo. Quando una persona mangia in modo disequilibrato, non sta cedendo a una debolezza: sta rispondendo coerentemente a una mappa interna della realtà in cui quel comportamento ha un preciso significato protettivo.
Da questa cornice derivano alcuni principi che guidano ogni mia seduta:
● Pluralità delle realtà soggettive: ogni persona vive dentro una mappa che ha costruito, non dentro «la» realtà. Il cibo, la dieta, il peso sono elementi di quella mappa, non dati oggettivi da correggere dall’esterno.
● Viabilità della conoscenza: ciò che conta non è la verità di una convinzione, ma la sua utilità nel presente. Una nuova narrazione diventa desiderabile quando si dimostra più viabile della precedente.
● Impossibilità della neutralità: il terapeuta partecipa sempre alla costruzione della realtà del cliente. La relazione stessa è il dispositivo di cura.
● Etica dell’aumento delle possibilità: il cambiamento non è correzione di un errore, ma ampliamento del ventaglio di scelte disponibili. Non impongo, accompagno.
● La complessità come risorsa: un sistema evolve non quando viene semplificato con la forza, ma quando aumenta la propria capacità di rispondere alla stessa situazione in modi diversi.
Le neuroscienze contemporanee offrono, su questo impianto, un aggancio interessante quanto ancora in evoluzione: diversi studi descrivono lo stato ipnotico come una condizione neurofisiologica specifica, associata a una modulazione dell’attività delle onde cerebrali alfa e theta e a una parziale disattivazione della Default Mode Network, la rete associata al pensiero autoreferenziale e ruminativo. È un’area di ricerca che invita a non separare mai, nel corpo umano, ciò che chiamiamo «mente» da ciò che chiamiamo «fisiologia»: in quello stato di focalizzazione rilassata, la persona sembra più disponibile a considerare connessioni e significati nuovi rispetto a quelli abituali – la base neurologica, per così dire, di ciò che a livello narrativo chiamiamo apertura di nuove possibilità.
6. Il Metodo di Ipnosi Costruttivista applicato al peso
Lavoro sempre sui Cinque Sé. Il Sé Corporeo, per restituire alla persona la capacità di sentire – davvero, non a livello di teoria – fame, sazietà, pienezza, leggerezza; troppo spesso il corpo è stato messo a tacere per anni e va prima di tutto riabitato, non giudicato. Il Sé Emotivo, per accompagnare la persona a riconoscere quali emozioni il cibo sta anestetizzando o riempiendo, e a trovare canali alternativi per accoglierle. Il Sé Cognitivo/Autobiografico, per individuare la storia – spesso una frase, un evento, un’abitudine familiare – che ha reso il cibo il protagonista di quella narrazione personale, e per iniziare a scriverne una nuova versione. Il Sé Relazionale, perché il rapporto con il cibo è quasi sempre anche un rapporto con gli altri: chi cucinava, chi premiava con un dolce, chi criticava il corpo, chi oggi condivide la tavola. E infine il Sé Spirituale, nel senso più laico e ampio del termine: il significato più grande per cui vale la pena prendersi cura di sé, la vita che la persona desidera vivere una volta arrivata dall’altra parte del cambiamento.
Su questo tessuto agiscono i cinque processi ipnotici costruttivisti. La focalizzazione porta l’attenzione, finalmente, sul momento presente del pasto, sottraendolo al pilota automatico. La dissociazione permette di osservare da una certa distanza l’impulso – quello di aprire il frigorifero alle undici di sera – senza esserne travolti, creando lo spazio tra lo stimolo e la risposta in cui nasce ogni possibilità reale di scelta. L’intensificazione amplifica, in trance, l’esperienza già presente di benessere corporeo, di leggerezza, di orgoglio per un piccolo passo compiuto, rendendola più memorabile e quindi più capace di orientare il comportamento futuro. L’implicazione lavora sul linguaggio: non dico mai a un cliente «smetterai di mangiare in modo compulsivo», ma costruisco frasi che implicano il cambiamento come processo già in corso – «man mano che il corpo ritrova il proprio equilibrio naturale…». La simbolizzazione, infine, dà forma a immagini che il cliente porterà con sé fuori dalla seduta: per qualcuno è una valigia che si alleggerisce a ogni passo, per qualcun altro è proprio l’immagine di un gatto che mangia solo quando ha fame, senza colpa e senza fretta.
Il metodo AUREA© e il protocollo H.E.A.R.T.© offrono, in questo percorso, l’architettura che tiene insieme le sedute nel tempo: dall’accoglienza della storia della persona, alla ristrutturazione del significato attribuito al cibo e al corpo, fino all’ancoraggio di nuove abitudini nella vita reale, verificate settimana dopo settimana, non imposte a tavolino in un piano rigido, ma costruite passo dopo passo insieme alla persona che le dovrà vivere.
7. Le strategie psicoterapeutiche che la ricerca riconosce
Prima di innestare l’ipnosi costruttivista, è onesto riconoscere il terreno su cui essa cresce: decenni di ricerca psicoterapeutica hanno individuato alcune leve che funzionano, quando il tema è cambiare il rapporto con cibo, corpo e stile di vita – e che nel mio lavoro non sostituisco mai, ma integro.
Il colloquio motivazionale di Miller e Rollnick parte da un principio che condivido pienamente: non si convince nessuno a cambiare, si crea lo spazio perché la persona trovi da sé le proprie ragioni, superando l’ambivalenza senza sentirsi giudicata. La terapia cognitivo-comportamentale lavora sui pensieri automatici che precedono l’abbuffata o la rinuncia – «ho fallito, tanto vale continuare» – sostituendoli con letture più flessibili. L’Acceptance and Commitment Therapy insegna ad agire in coerenza con i propri valori anche in presenza di un disagio emotivo, invece di usare il cibo per spegnerlo. La mindful eating e le pratiche di mindfulness in generale ripristinano il contatto con i segnali corporei di fame e sazietà – la stessa competenza che Minù non ha mai perso – e insegnano a distinguere la fame fisica da quella emotiva. La self-compassion interrompe il circolo vizioso per cui un piccolo sgarro genera vergogna, e la vergogna genera un secondo sgarro più grande: sostituisce il giudizio severo con una cura realistica di sé. La terapia degli schemi va a cercare, più in profondità, le convinzioni radicate nell’infanzia che continuano a orientare, da adulti, il modo in cui ci si prende cura – o non ci si prende cura – di sé.
A queste si affiancano strumenti più operativi che trovano posto naturale dentro un percorso ipnotico: la definizione di micro-obiettivi quotidiani invece di trasformazioni radicali imposte dall’oggi al domani; le implementation intentions, cioè intenzioni di attuazione formulate in modo concreto e personale, costruite insieme in seduta; il diario emotivo-alimentare, in cui non si contano solo le calorie ma si annotano le emozioni associate al cibo, per mappare i veri trigger; il reframing cognitivo della dieta, che trasforma l’obiettivo da «privazione e sacrificio» a «guadagno di salute e libertà»; e infine la prevenzione delle ricadute, che prepara la persona in anticipo a gestire lo sgarro non come un fallimento definitivo ma come un evento previsto, da attraversare senza farne una sentenza sull’intero percorso.
Il limite che osservo, nella pratica clinica, è che questi strumenti restano spesso sul piano cognitivo e verbale: la persona «capisce» perfettamente perché mangia in un certo modo, ma continua a farlo, perché la comprensione razionale abita un piano diverso da quello in cui il comportamento si genera – quello che chiamo, da sempre, il piano ipnotico della vita quotidiana, lo stato naturale e ricorrente in cui trascorriamo gran parte delle nostre giornate senza accorgercene, e in cui l’ipnosi costruttivista può finalmente intervenire.
8. Quando l’equilibrio si rompe: gli estremi da riconoscere
Vale la pena dire, con la stessa onestà con cui ho raccontato la scienza, che il tema del peso e dell’alimentazione non riguarda solo chi desidera perdere chili. Riguarda, più in generale, la capacità di trovare un equilibrio – e capita, anche a persone che nessuno definirebbe «malate», di scivolare per periodi verso uno dei due estremi: un controllo così rigido da diventare esso stesso fonte di ansia, oppure una perdita di controllo che porta a cercare nel cibo un sollievo immediato, seguito da un peso emotivo ancora più grande. Sono tendenze, più che diagnosi, e meritano di essere guardate senza allarmismo ma anche senza minimizzarle.
Nella mia esperienza, entrambe le tendenze nascono da uno stesso disequilibrio: un rapporto sbilanciato tra ciò che si è stati, ciò che si è in questo istante e ciò che si vorrebbe essere. Chi vive ancorato a un’immagine passata di sé, o a un giudizio ricevuto anni prima, spesso trasforma il controllo alimentare in un modo – sbagliato ma comprensibile – di riprendere in mano qualcosa. Chi invece si sente sopraffatto dal presente cerca nel cibo una tregua immediata, che allevia per pochi minuti e complica per giorni. In entrambi i casi, il lavoro più utile che ho visto fare non è la correzione forzata del sintomo, ma la ricostruzione di un dialogo più equilibrato tra passato, presente e futuro: onorare la propria storia senza restarne prigionieri, abitare il presente senza usarlo per anestetizzare tutto il resto, e immaginare un futuro che sia un invito e non un ricatto.
Se in queste righe qualcuno riconosce un’eco della propria esperienza – un controllo che è diventato ossessivo, o episodi ricorrenti in cui il cibo viene usato per gestire emozioni travolgenti – la cosa più preziosa che possa suggerire è di non affrontarlo da soli: un percorso con un professionista, medico o psicoterapeuta, resta il punto di partenza più sicuro, e cercare aiuto non è un segno di debolezza, ma il primo vero atto di cura verso se stessi.
9. Due storie, per capirci
La storia di Elena. Una cliente – chiamiamola Elena, i dettagli sono cambiati per rispetto della sua storia – arrivò da me dopo undici diete, tutte fallite più o meno allo stesso modo: perdita rapida, entusiasmo, poi un evento stressante, una ricaduta, il recupero di tutto il peso perso e qualcosa in più. Nelle prime sedute non parlammo quasi mai di cibo. Parlammo di sua madre, che a tavola era l’unico momento in cui sembrava davvero presente. Parlammo di un trasferimento a dieci anni, di un’amicizia persa, di una solitudine riempita – letteralmente – di merende pomeridiane davanti alla televisione. Quando arrivammo, in trance, a rivisitare quella bambina sola davanti alla televisione, e a offrirle, con gli occhi della donna che era diventata, un modo diverso di stare con quella solitudine, qualcosa cominciò a spostarsi. Non fu una folgorazione improvvisa: fu, come quasi sempre accade, un lento riallinearsi tra ciò che il corpo desiderava fare e ciò che finalmente le era permesso sentire. Il peso, quando cominciò a diminuire mesi dopo, fu quasi una conseguenza secondaria di un cambiamento più grande: Elena aveva ricominciato ad ascoltarsi.
Il viandante e lo zaino di pietre. C’era una volta un viandante che camminava lungo una strada da anni, con uno zaino sempre più pesante. Ogni giorno vi aggiungeva una pietra: un pasto consumato per riempire un vuoto, una rinuncia a se stesso accettata per quieto vivere, un giudizio sul proprio corpo ripetuto fino a diventare verità. Un giorno, sfinito, incontrò un vecchio maestro seduto su una roccia lungo il sentiero. «Non ce la faccio più a portare questo peso», gli disse il viandante. Il maestro lo guardò a lungo, poi rispose: «Non devi svuotare lo zaino. Devi cambiare viaggio.» Il viandante non capì subito. Continuò a camminare, ma quella frase gli rimase dentro come un sasso nella scarpa, finché un mattino, senza nemmeno decidere consapevolmente di farlo, imboccò un sentiero laterale che non aveva mai notato prima, verso una meta che finalmente sentiva sua. E mentre camminava in quella nuova direzione, si accorse che le pietre nello zaino diventavano via via più leggere. Non perché fossero sparite: erano ancora lì, la sua storia restava la sua storia. Ma non appartenevano più al viaggio che stava facendo adesso, e uno zaino pieno di un passato riconosciuto pesa incomparabilmente meno di uno zaino pieno di un presente rifiutato.
La casa e le finestre. Un’ultima immagine, che uso spesso in seduta: la mente è una casa. Alcune stanze sono piene di cibo consumato in fretta, altre di abitudini di cui si è persa la ragione originaria, altre ancora di uno specchio guardato con severità. L’ipnosi costruttivista non entra in quella casa per svuotarla con la forza: apre le finestre. E quando entra aria nuova, la casa – pur restando la stessa, pur conservando la stessa pianta e la stessa storia nei muri – cambia.
10. Le motivazioni vere, quelle che reggono nel tempo
Nella mia esperienza, chi resta ancorato solo alla motivazione estetica – il vestito, lo specchio, il giudizio altrui – regge poche settimane, perché quella motivazione dipende da uno sguardo esterno, sempre mutevole e mai davvero saziabile. Chi invece trova la motivazione nella propria identità – «voglio essere la persona che si prende cura di sé», «voglio giocare con i miei figli senza restare senza fiato», «voglio essere presente alla mia vita, non spettatore da una sedia» – costruisce un cambiamento che tiene, perché non dipende da un evento esterno ma da un modo nuovo di raccontarsi.
Per questo, nelle mie sedute, la domanda che pongo non è mai «quanti chili vuoi perdere» ma «che vita vuoi vivere, una volta che questo peso – nel corpo e nella storia – non sarà più lì a occupare spazio». È una domanda che sposta l’attenzione dal numero sulla bilancia al senso dell’intero percorso, ed è quasi sempre la domanda a cui nessuno aveva mai pensato di rispondere prima.
11. Cambiare vita, non solo taglia
Dimagrire, mettersi a dieta, perdere peso: sono, alla fine, tre modi diversi di dire la stessa cosa più grande, che è cambiare vita. Cambiare il modo di abitare il proprio corpo, di ascoltare le proprie emozioni, di stare in relazione con gli altri, di raccontarsi la propria storia. L’Ipnosi Costruttivista non promette scorciatoie né bacchette magiche: promette un accompagnamento serio, radicato nella scienza quanto nella cura della singola persona, capace di lavorare dove le diete da sole non arrivano – nella stanza silenziosa in cui ognuno di noi ha nascosto, per anni, le proprie ragioni per mangiare.
Non impongo, accompagno. Anche in questo, forse soprattutto in questo: nel restituire a ogni persona la propria valigia, alleggerita di ciò che non le appartiene più, e la libertà – semplice come quella di una gatta al sole – di ascoltare finalmente cosa il proprio corpo, e la propria vita, hanno da dire.
Riferimenti scientifici citati: Kirsch, I., Montgomery, G., & Sapirstein, G. (1995/1996). Hypnosis as an adjunct to cognitive-behavioral psychotherapy: A meta-analysis. Journal of Consulting and Clinical Psychology. – Kirsch, I. (1996). Hypnotic enhancement of cognitive-behavioral weight loss treatments – another meta-reanalysis. Journal of Consulting and Clinical Psychology. – Barabasz, A. & Spiegel, D. (1989), sull’ipnosi personalizzata vs standardizzata nel trattamento dell’obesità. – Milling, L., Gover, M., & Moriarty, C. (2018), rassegna sull’ipnosi in aggiunta alla CBT per la perdita di peso. – Bo, S. et al. (2018). Effects of Self-Conditioning Techniques (Self-Hypnosis) in Promoting Weight Loss in Patients with Severe Obesity: A Randomized Controlled Trial. Obesity, 26(9), 1422 – 1429. – Elkins, G., Barabasz, A., Council, J., & Spiegel, D. (2015). The revised APA Division 30 definition of hypnosis. American Journal of Clinical Hypnosis. – von Glasersfeld, E., Maturana, H. & Varela, F., Bateson, G., Kelly, G., Guidano, V., per l’impianto epistemologico costruttivista.
